Paolo Maldini racconta il suo ultimo derby
- sabato, 14 febbraio 2009
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- Scritto da: seowebbs
Paolo Maldini capitano e bandiera del Milan giocherà domenica l’ultimo derby contro i cugini dell’Inter e dice apertamente: “Voglio vincerlo. È banale? Forse sì Ma ci farebbe sperare nello scudetto.”
Sono 55 i derby giocati da Maldini: 41 in campionato, 7 in Coppa Italia, 4 in Champions League, 2 amichevoli e un trofeo Berlusconi. Bergomi è l’interista che ha giocato più sfide col Milan con 44 derby all’attivo.
Sono 635 le partite giocate da Maldini in serie A con il Milan (il secondo è Rivera a quota 501). In totale, il difensore ha giocato 888 partite ufficiali in maglia rossonera segnando 33 gol.
Di seguito l’intervista esclusiva a Paolo Maldini pubblicata dal Corriere.
Paolo Maldini, quello di domenica sarà il suo derby numero 56, l’ultimo derby. Cioè la prova provata di come la sua straordinaria carriera sia ormai agli sgoccioli.
«A dire il vero, con l’inizio del girone di ritorno, c’è una mia ultima apparizione contro ogni squadra. Sabato i giocatori della Regginami dicevano: mi dai la tua ultima maglia? Sarà un addio lungo quattro-cinque mesi, l’ho tirata per le lunghe, non mi posso lamentare».
Però sarà l’ultima volta che il Milan giocherà un derby con la maglia numero 3.
«Questa in effetti è una cosa di una certa rilevanza. Che dire? Mi può fare sentire orgoglioso ma mi può anche fare male».
In che senso?
«Nel senso che un piccolo trauma ci sarà e il derby è qualcosa di particolare».
Che cosa le mancherà di più?
«Di sicuro l’ambiente lavorativo. Lo spogliatoio, le cose di tutti i giorni che mi fanno rimanere un ragazzo anche se di anni ne ho ormai quasi 41. Il fatto che sul posto di lavoro io indossi i pantaloncini corti la dice lunga sulla mia insolita situazione ».
La verità è che eravamo tutti un po’ convinti che lei fosse ormai arrivato alla frutta e che la scelta di giocare ancora per una stagione fosse stata dettata da un pizzico di presunzione.
«Ma io sapevo di poter continuare. Da tre anni a questa parte mi mettevano regolarmente fuori dalla formazione titolare e da tre anni, puntualmente, gioco sempre. L’allenatore non mi manda in campo per simpatia: quello di cui sono certo è che posso dare molto. Per questo posso andare avanti senza problemi. E comunque è stata la società a convincermi a proseguire. Io avevo già deciso di smettere un anno fa».
Il primo derby, come il primo amore, non si scorda mai. Ce lo racconta?
«È vero, si dice così ma io il mio primo derby non me lo ricordo più. Mi dispiace».
Dei suoi Milaninter qual è stato il più drammatico?
«Nel mio primo anno da titolare non ci qualificammo per la Coppa Uefa. Ci mancava un punto e invece perdemmo tutte e cinque le ultime partite. Una di queste fu il derby. Ricordo la frustrazione dopo quella sconfitta. Comunque, a parte quelli di Champions League, non è successo molto spesso che noi e l’Inter ci giocassimo qualcosa di importante nel derby. O eravamo troppo avanti noi oppure erano troppo avanti loro».
Il derby più esaltante, quello che non dimenticherà mai.
«Ne ricordo due. Il primo di Champions League, la settimana dei due scontri di andata e ritorno. Però la mia famiglia non può dimenticare quando vincemmo 6-0, il mio unico derby giocato con mio padre in panchina».
L’interista più leale?
«Ce ne sono tanti. Anche quando l’Inter aveva una squadra ‘‘dura’’, i Bergomi e i Ferri erano miei compagni in nazionale. Pure tra gli stranieri ho incrociato tanta gente in gamba. Rummenigge ad esempio era un trattore ma era anche un signore ».
Il più insopportabile?
«Di sicuro Berti. È stato mio amico ma non gli ho più parlato per tre anni di fila dopo una discussione in campo. Per un po’ ci siamo guardati in cagnesco. Faceva apposta a provocare e poi segnava pure. E questo mi faceva incazzare».
Com’è stato il suo rapporto con i tifosi interisti?
«Tutto bene. Niente di paragonabile a come si vive il derby altrove, Torino inclusa. Fortunatamente con i tifosi nerazzurri non ho mai avuto problemi. Ma anche le due tifoserie arrivano al derby con uno spirito diverso. Si sfottono durante la partita ma poi alla fine non succede niente di serio. Si conoscono tutti».
Ricordando quello che accadde dopo Yokohama, quando i nerazzurri vi festeggiarono da freschi campioni del mondo, si aspetta qualcosa di speciale domenica?
«Non esageriamo. Sono comunque già stati molto gentili 2 anni fa, quando fecero entrare in campo i miei figli con la maglia numero 600. Quella sera festeggiavo le 600 partite in serie A. Potevano opporsi, in fondo si giocava in casa loro».
Tra provocazioni e ironie, come giudica Mourinho?
«Ha vinto in Portogallo con una squadra buona ma non fenomenale. Ha vinto in Inghilterra e sembrava tutto facile e semplice. Poi però abbiamo visto come invece è difficile. Per l’immagine di un allenatore sono importanti soprattutto i risultati. Senza i risultati quello che lui dice non conta niente. Ad esempio uno come Zeman non è credibile».
C’è la mano di Mourinho nella nuova Inter?
«Si, qualcosa di suo c’è. Però la squadra è quella, non è stata stravolta».
Negli ultimi 10 anni il Milan ha vinto due soli scudetti. Non è una bestemmia calcistica?
«In effetti è strano. Però dal ’99 in poi è stata fatta una politica soprattutto sui giovani che ha portato pochi risultati. Poi dal 2002 sono incominciati a tornare i campioni, Nesta, eccetera. Si dice sempre che è vecchio ma il Milan ha comperato tantissimi giovani, da Gourcuff a Gilardino, a Pato. Certo, se fai solo una politica sui giovani, come ai tempi di Zaccheroni, è difficile vincere».
E gli scudetti restano due.
«È vero. Però, subito dopo avere vinto nel 2004, per 2 anni siamo rimasti a ridosso della Juve. Purtroppo sappiamo tutti che cosa è successo ».
Che vuol dire?
«Che siamo stati in corsa con una squadra che poi è stata punita dalla giustizia sportiva».
Per giustificare i vostri alti e bassi si dice che vi manca continuità. Parola magica, quasi un alibi. Che cos’è la continuità?
«È anche una questione di struttura fisica. Per vincere noi dobbiamo giocare meglio degli altri. Non siamo così fisici come l’Inter. Io so come si vincono gli scudetti visto che ne ho vinti sette: devi vivere le vigilie normali come se fossero una cosa straordinaria».
Allora c’entra anche la testa.
«È anche una questione di testa. Ma non è un discorso che coinvolge solo la squadra ma pure la gestione della settimana da parte dell’allenatore e della società».
Quanto le costa rimanere sempre ad alto livello?
«Meno rispetto a prima. Non ho più gli impegni con la nazionale e difficilmente gioco tre partite in una settimana. E poi conta molto l’allenamento personalizzato. Da tre o quattro anni al Milan siamo all’avanguardia. Anche il fatto di avere una vita serena aiuta».
Quando giocate in coppia lei e Favalli, 80 anni in due, le ironie si sprecano.
«Il campo dice che noi siamo meritevoli di essere lì. Sa quanti difensori che hanno 15 anni meno del sottoscritto sono più lenti di me e di Favalli? E non parlo solo dell’Italia. Io poi ho la fortuna di confrontarmi tutti i giorni con gente velocissima come Pato e Kaká. Altro che età… Sarò anche presuntuoso ma non sono mai stato uguale agli altri. I miei 40 anni non sono i 40 di un altro. Ognuno ha le sue caratteristiche».
Più in generale le ironie si sprecano sulla vostra difesa.
«Nesta non ha mai giocato, Kaladze è stato fermo parecchio, io ho cambiato partner di volta in volta. Le ironie dove sono? Alla fine giocano i migliori. Le ironie le sento già dagli anni 90. Anche quando ero bambino ironizzavano su di me dicendo che ero raccomandato e mia mamma andava in bestia. Ancora oggi devo calmarla, mia madre. Non sopporta le ironie sul mio conto».
Chi può essere il nuovo Maldini?
«Qui c’è gente come Gattuso, Ambrosini e Kaká che può prendere il mio posto. Però anch’io all’età di Kaká non ero così leader come adesso. Se invece vogliamo parlare del ruolo in campo, dico che Bonera, che conoscevo poco, è davvero un ottimo centrale mentre Thiago Silva ha doti fisiche e tecniche da grande difensore ».
Paolo, chi erediterà la sua fascia?
«Il mio parere conta poco. Se però sarà come è sempre stato, credo sia giusto che la fascia tocchi ad Ambrosini».
Anche Kaká sogna di fare il capitano.
«Non è l’unico. Comunque ricordo a chi vuole candidarsi per prendere la fascia che ci sono pure tanti rompimenti di scatole. Conoscendo i miei rapporti con Ancelotti, i compagni mi tartassano: di’ al mister se, di’ al mister che…».
Lei ha cenato spesso con Beckham. Di che cosa parlate più volentieri?
«Delle cose di tutti i giorni. Dei figli, della scuola. A volte mi incuriosisce conoscere le sue difficoltà nell’avere una vita normale. David, arrivando in Italia, pensava di essere preso d’assalto e invece sta vivendo un’esistenza tranquilla. In America era peggio per lui, aveva sempre i paparazzi addosso. Credo che anche questo abbia contribuito alla sua scelta di fermarsi qui da noi».
Ha parlato con Marcello Lippi della possibilità di una sua ultima apparizione azzurra?
«Sì. Il c.t.mi ha telefonato. Mi ha detto che vuole fare questa cosa in mio onore e che dobbiamo trovare la data giusta. Siamo rimasti d’accordo di sentirci più avanti».
A tre mesi dal traguardo non può non sapere che cosa farà da grande.
«Certo che lo so. Mi staccherò dal mio mondo e curerò le mie cose. In questo momento è così. Voglio dedicarmi ame stesso e alla mia famiglia a cui ho tolto tanto».
Alla fine che cosa sogna Paolo Maldini per il suo ultimo derby?
«Dire la vittoria potrebbe sembrare banale ma vincere sarebbe l’unica cosa che conta. Potrebbe aiutarci a sperare ancora nello scudetto».
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