Un anno di ombre per la Vecchia Signora che ha conosciuto per la prima volta l’amaro sapore della cadetteria

Il 2006 della Juventus non è, non può essere, solo un anno in più che se ne va. E’ l’anno del contrappasso: in sei mesi, dallo scudetto al 2-2 casalingo con l’Arezzo, penultimo in classifica, in serie B.

La Juve che comandava il calcio italiano non c’è più e per sollevarle il morale non serve neppure ricordarsi che l’anno solare si chiude senza sconfitte in campionato. Il paradosso è compiuto e oscura i meriti di una società che si è immediatamente affrancata dal suo recente e condannato passato; il paradosso oscura però anche le colpe di chi ha maldestramente sfruttato il poco spazio riservatogli sul mercato, puntando su uno dei peggiori difensori della stagione sin qui.

2006, odissea giunta alla sua fine, neppure lieta. Vissuta senza quelli che hanno visto le onde sopraggiungere e sono sfuggiti allo tsunami, senza fiducia nella ricostruzione. Meglio ripartire solo con chi sente davvero il cuore bianconero, si è detto; la diaspora potrebbe continuare a giugno, si sussurra invece ora, immaginando altri fotogrammi impensabili solo pochi mesi fa, quando la Juventus pareva poter comandare anche il destino.

Se ne va il 2006, confondendo ruoli e storie, ora è l’Inter che fa la Juve, ora è la Juve che vive drammi umani, come il Toro. Confondere anche questi con quelli del campo, sarebbe però imperdonabile. Il 2006 se ne va, la Juventus, prima o poi, tornerà . Loro, invece, non potranno tornare mai più.